ARTURO FARINELLI.
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LA MALINCONIA DEL PETRARCA
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1902. Tipografia dell'Unione Cooperativa Editrice, ROMA.
Estratto da: Rivista d'Italia, anno Quinto, fascicolo 7 del luglio 1902.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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Nota dell'Autore.
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Da un corso di lezioni sul Petrarca ed i primordi dell'umanesimo, tenute in procellosi tempi, all'Universit di Innsbruck, estraggo questo frammento che sommetto al benevolo giudizio dei lettori della Rivista.  cosa ben modesta, m'affretto a dirlo, e di poca novit nell'argomento.
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Alla Malinconia del Petrarca, non  chi l'ignori, il De Sanctis aveva dedicato un capitolo del suo Saggio, e se io, analizzando l'anima del tenero poeta, torno ad usare lo strumento del maestro grande e venerato, so che la mano mi trema; dove lui giunse con delicatezza, con finezza e sicurezza estrema, indarno tenter io certo, con arte assai pi rozza, di pervenire. Pure, se non m'illudo, l'indagine mia, estesa a tutto il complesso dell'opera del Petrarca, in volgare ed in latino, non dovrebb'essere vana, or che il cervello dei pi  volto con ostinazione vera all'ermeneutica del testo delle Rime, non certo sibilline, di messer Francesco.
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Sono ben lungi dal disconoscere l'efficacia di questo indirizzo di critica che se talora, quando difetta il sentimento profondo dell'arte, si rivela impotente a penetrare il senso ascoso della parola de' nostri massimi autori, giova non per altro evidentemente alla salute e flessibilit del nostro spirito. Ma non tutti s'appagano d'una ginnastica salutare e si danno a' salti arditi, all'acrobatismo ed alle danze su di sottil corda tesa. Pi che a scrutare e sviscerare il pensiero altrui, intendono alcuni a dare spettacolo dell'abilit e virtuosit propria.
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Lo studio del testo delle Rime del Petrarca ci conduce,  vero, alla conoscenza degli affetti donde scaturirono, ma non  men vero, parmi, che a' passi pi oscuri e tormentati lume ne venga, quando, senz'alcun preconcetto, si voglia interrogare la natura particolare dell'anima del Petrarca, le sue aspirazioni e tendenze. Se dalla parola giungiamo al sentimento, perch dal sentimento non giungeremmo alla parola, che n' la sua immediata emanazione?
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Io avrei detto malissimo della malinconia del Petrarca e della nota patetica, sentimentale che risuona nell'opera tutta del mesto poeta, se ritenessi vera l'interpretazione cHe il Sicardi volle dare della canzone "Chiare, fresche e dolci acque," nel Giornale storico della letteratura italiana numero 30, se le "dolci parole estreme" significassero solo un addio del poeta prima di partirsi dai luoghi ove Laura abit, e non l'ultimo lamento prima della morte vagheggiata.
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E peggio mi sarei espresso se, trattando de' fantasmi poetici evocati dall'imaginazione accesa del Petrarca, io credessi che il poeta ottenesse favori reali dalla donna amata, e non ritenessi tutte nei sogni, negli ameni inganni, le lusinghe, le carezze, il compatimento che offrono conforto continuo e vita sempre novella al sognatore pertinace, se, dopo quanto fu scritto sulla natura dell'amore nel Petrarca e su madonna Laura dal Bartoli, che i moderni studiosi troppo dimenticano, dal D'Ovidio e da altri valenti, io dovessi far mie alcune osservazioni dell'Appel, ultimo e benemerentissimo editore dei Trionfi (Die Triumphe F. P., Halle, a. 1901, pag. 8. "Es ist kein Zweifel, dass er [Petrarca] der Geliebte auch im Verkehr nahe getreten ist, dass Zeichen ihrer Neigung ihn beglckt haben," e credessi, senza pi, ad una "gegenseitige Liebesfreundschaft" fra il Petrarca e Laura.
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Nell'ultima parte di queste mie conferenze mi sono valso di un breve studio del Colagrosso: Il pessimismo del Petrarca (in Studi di letteratura italiana, Verona, 1892), ma per giungere ad un risultato in parte opposto. Toccando, fugacemente assai, dei precursori del Petrarca nella lirica, approfittai delle ricerche dello Scarano: Fonti provenzali e italiane nella lirica petrarchesca (in Studi di filologia romanza, Torino, 1900), dov' molta dottrina, ma qua e l accumulazione di raffronti soverchia e non sempre opportuna; trovai perfettamente trascurabile il misero scritterello di G. Agresta: La poesia del dolore negli scrittori del dolce stil nuovo (nel Prometeo, 1, n. 4-6), e di poca utilit lo studio di G. Casti: Dell'influenza dell'ascetismo medievale sulla lirica amorosa del dolce stil nuovo (Verona, 1900).
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La lettura di un'opera strana di Robert Burton: The Anatomy of Melancholy (edito dallo Shillet, Londra, 1896) m'aveva suggerito, anni or sono, l'idea d'un ampio studio sulla malinconia ed il pessimismo nella letteratura neolatina de' primi secoli, ma fui poi distratto da altre cure e sgomentato della poca vastit e profondit delle mie cognizioni.
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LA MALINCONIA DEL PETRARCA.
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L'estrema, morbosa sensibilit, la debol tempra dello spirito, irresoluto sempre, "solo nell'incostanza mirabilmente costante," l'incontentabilit naturale, la nata mitezza e tenerezza, l'esplorazione continua della propria coscienza, l'abito della riflessione, che atterra i fantasmi non appena evocati e condisce di veleno ogni piacere, hanno generato nel Petrarca una malinconia sua particolare, ignota fino allora all'anima del mondo poetico dell'et media.
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In verit la Fortuna a pochi fu larga de' suoi doni quanto al Petrarca. Per un po' di durezza e rigidezza che esperiment da una donna amata, vagheggiata e idealizzata senza fine, quanti favori non ebbe egli mai in una lunga vita ch'egli, quasi a risarcire la sorte della generosit sua, volle colmare d'affanni e di angosce. Desiderava amore, e fu come quant'altri mai amato ed accarezzato. Desiderava la gloria, e sal in tanta fama da essere considerato poco meno che una divinit in terra. I Romani lo coronano in Campidoglio. Da quell'alto seggio dove i contemporanei l'avevan posto, non lo smuovono i posteri, non avvizz la morte l'alloro che imperituro gli posa sul capo. Per secoli, e dovunque, le sue rime d'amore sono l'amoroso codice che ogni vate consulta.
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In patria e fuori il Petrarca non trov alle mire sue l'ombra di un contrasto. Come su Laura piovevano fiori dal cielo, piovevano sul suo capo tutti gl'imaginati beni di fortuna. Quelle acute spine che hanno insanguinato il cuore di Dante, il grand'esule infelice, non lo feriscono mai; quand'egli si avvicina ad esse, d'improvviso e come per incanto, torcono la punta e si vestono di rose. Alcune poche e non gravi malattie ad anni inoltrati, gli acciacchi della vecchiaia, moderati anch'essi, alcune perdite d'amici diletti - d'altre afflizioni del mondo esterno non poteva dolersi. La morte l'estinse soavemente.
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Eppure dall'infanzia alla morte  un gemere, un sospirare continuo, un accusare l'infelicit e le miserie infinite d'una misera esistenza. A tratti, quasi immemore dell'obbligato suo lamento, gli esce detto che non  tutta amaritudine la vita: "Ho corpo sano, ho libri in abbondanza, ho amici, godo dell'universale benevolenza..., ho per me quanto suol dirsi che basti alla vita;" confessa una volta che fin dal nascere gli tenne dietro, senza suo merito alcuno, "un non so quale favor della sorte." Ma subito si ravvede e torna alle lacrime, ai sospiri. In vita sua non ha che crucci e travagli. "Da poi ch'io nacqui in su la riva d'Arno, | cercando or quella ed or quell'altra parte, | non  stata mia vita altro che affanno." Similmente piange e s'addolora in altra favella:
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Si meminisse velis, postquam genitricis ab alvo
Nudus, inops, querulus, miser et miserabilis infans
Emergens, tremulo vagitus ore dedisti,
Et labor, et lachrymae, et gemitus, et tristia curae
Pectora torquentes habitarunt corde sub isto:
Nulla fuit tibi laeta dies, qua posset anhelus
Spiritus innumeris finem posuisse querelis.
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Torquato Tasso, fratello nello spirito al Petrarca, far suoi questi lamenti:
Ohim dal d che pria
Trassi l'aure vitali, e i lumi apersi
In questa luce a me non mai serena,
Fui de l'ingiusta e ria
Trastullo e segno, e di sua man soffersi
Piaghe che lunga et risalda appena.
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Pare al Petrarca di vivere in perpetua irrequietudine, in un pelago iniquo; gli par che la Fortuna, volgendosi sull'instabil rota, di lui non curi, oppur curandolo l'insulti, lo ferisca mortalmente per ogni dove, gli trafigga l'anima; gli pare un brutto carcere la sua terrena dimora, una buia casa di lutto; dice che gli sono negati tutti i piaceri, che ha esperimentati tutti i mali. "Qual Dio regge il mio destino," si chiede, "chi volge per me stelle s avverse?" (Quis agit mea fata Deus - quis sidera volvit Noxia?). La vita  un letto "disagiato e duro" per il Leopardi, per il Petrarca  un letto duro, iniquo, immondo, spinoso, tale da fiaccar le membra pi sane. Ad altri, sofferenti e pazienti di tutto, pu avvenire di porvisi morbidamente a giacere, riposati e contenti, lui non ci trova che perpetua molestia.
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Dall'amore, poi, ha tutte le torture, battaglia ben pi "forte e aspra e dura" di quella deplorata da Dino Frescobaldi. Di tanti infelici  lui il pi misero. La stanca vecchierella pellegrina, l'avaro zappatore, il pastore, i naviganti, i buoi persino, riposano la sera dopo le fatiche sofferte, obliano "la noia e il mal della passata vita." Lui non ha pace n riposo, n di giorno n di notte; il dolor lo strugge senza tregua.
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Mancandogli le sciagure reali, egli tutte se le crea nell'imaginazione accesa, perch se ne dolga e ne faccia il suo pascolo abituale. Cammina per rosei sentieri ed egli, non vi spiegate come, ne ritrae insanguinato il piede. Il lamento gli  condizione di vita. Dal fondo del cuore, mentre sta per esultare, una voce gli grida: Reprimi la gioia, tu sei nato al dolore. Ogni festa della vita  larva fugace. Ogni fortuna tua  illusoria. -  un perpetuo dissidio entro di lui, un tumultuare di contrarie aspirazioni, e se il fisico regge, non regge lo spirito. Il sentimento scoppia, trabocca. E le presenti cose e le passate e le future ancora gli daranno guerra. E che sarebbe stato di lui se alle procelle suscitategli dall'animo suo, si fossero aggiunte le procelle del mondo esteriore, se gli fosse toccata in sorte la deformit fisica del Leopardi o la severit e rigidezza di una madre, l'obbligata dimora e quasi prigionia di Recanati, o la povert, l'esilio di Dante, o altre sciagure ancor peggiori?
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"A gran torto mi doglio," esce a dire una volta, ma  s presto soffocata questa debol voce della coscienza. La fortuna, che infelice nol volle pei casi esterni della vita, gli acu il sentimento del dolore, lo rese incapace d'ogni vero godimento. Godeva cos a sbalzi, a piccole, fugaci intermittenze, sminuzzando tutti i piaceri, rifacendosi altri fantasmi sulle rovine de' suoi ameni inganni. "N mai stato gioioso | amore o la volubile Fortuna | dieder a chi pi fr nel mondo amici, | ch'i' no'l cangiassi ad una rivolta d'occhi." Godeva, quasi per ripigliar forza a nuovamente addolorarsi e per assaporar meglio i disinganni suoi. Artista pi raffinato di lui nel crearsi tutte le possibili ed imaginabili diminuzioni del piacere, non fu certo in Italia e appena l'eguaglia il Leopardi.
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Se tu sei ora felice, pensava, passer quest'istante, verr tempo in cui ti sar amaro, crudo il ricordo della passata felicit. Cos turbava, distruggeva quel suo simulacro di godimento e, anticipando il futuro, ripeteva mentalmente il "Nessun maggior dolore" di Francesca. T'aspettano cose liete per l'avvenire. Ma chi pu dire gli ostacoli che si frapporranno al pensier tuo. Considera "la pena dell'aspettazione, affannosa quant'altra mai, e la diminuzione del piacere che, anticipatamente delibato e sfiorato, illanguidisce e si consuma gi prima di giungere, per il desiderio e la speranza." Sognatevi, poveri mortali, la vostra felicit e raddolcitevi con questa chimera la vita. Non v'ha gioia che i flutti del tempo non travolgano, non v'ha piacere dove non vi si annidi il dolore, non v'ha speranza senza trepidazione e timore.
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V' una piaga nell'anima del Petrarca alla quale tutti i rimedi si applicano e tutti i rimedi, come impotenti, si rigettano. Si confessa lui medesimo malato, persino febbricitante. Ammalato, frale di forze, sbattuto qua e l ognora dall'onde infide dell'animo proprio, vive in tempi di sfrenata, indomita energia.  un'anomalia nel medio evo cadente. Aspira alla pace, alla tranquillit, alla serenit suprema, e trova eterna guerra; si affissa nelle luci paradisiache, ma subito ritrae l'occhio affranto e si sgomenta della tempesta che gli regge in cuore. Sempre fra terra e cielo, e di fibra s delicata, s tenera! Sono in lui due coscienze, due ideali, due mondi opposti tra loro, ed  follia voler conciliarli.
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La lotta dell'animo forte ci darebbe la tragedia, la lotta del Petrarca ci d l'elegia. Spossato, diffida di s medesimo, de' suoi propositi, delle sue speranze, non vi sar chi lo liberi dall'interno conflitto. Come il Tasso, che s "intempestivo senso" ebbe agli affanni, come gli illustri malati de' tempi moderni, sentir immenso il distacco tra il pensiero e l'azione, tra il volere e il potere. "Con la morte allato | cerco del viver mio novo consiglio, | e veggio il meglio, ed al peggior m'appiglio." Non avr la visione netta di ci che  bene e ci che  male; ogni sua indecisione gli sar fonte di nuove amarezze, di nuovi fastidi e lamenti. (Sentio inexpletum quoddam in praecordiis meis semper).
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Simili nature sono presto lanciate fuori dal mondo reale, per farvi rapidi e dolorosi ritorni, costrette ad improvvisare nell'imaginazione un mondo fittizio ed a riporvi tutti gli affetti e le sensazioni che naufragarono nell'altro. Effonderanno quivi la loro anima tenera e con l'alternare di nuovi inganni inganneranno la vita. Togliete al Petrarca questo mondo e toglierete il pregio, l'incanto maggiore della sua lirica. D'altronde, o realt o sogno, che importa?  un soffio la vita. Nell'al di l, che tutti ne aspetta, tutto si dissolve. Noi vedremo il poeta trasportarsi sulle ali rapide della fantasia, in quella regione tutta ideale quanto pi lo allieta e lo conforta, l'amata donna pi sollecitamente che altra cosa mai. Ma non illudiamoci noi pure ch'egli s'acqueti e si appaghi de' fantasmi suscitati. I fantasmi precipitano, fuggono le illusioni al ricadere nel mondo reale, e l'atra face del vero sgombra in lui, come nel Leopardi, il dolce errore. Gira in gioco il tormento ch'egli porta, per crearsi poi nuovi tormenti.
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All'oblio di lui medesimo succede la piena coscienza dei propri affanni. "On m'accuse d'avoir des gots inconstans, de ne pouvoir jouir longtemps de la mme chimre," dir Ren, il pi genuino rappresentante del "taedium vitae", moderno. Gi il Petrarca, affetto di questa malattia dello spirito, si rivela impotente a goder a lungo una medesima chimera. Come Fausto, grida egli pure a' leggiadri fantasmi suoi: "Indugiati, sei cos bello." Ma nulla s'arresta, tutto fatalmente corre a rovina. Corre lui medesimo ad acquetar "l'alma sbigottita" "per aspre selve," "in solitaria piaggia, rivo o fonte," nell'"ombrosa valle" che "'n fra due poggi siede," su per monti "verso 'l maggiore e 'l pi espedito giogo," ma  s meschino, s breve e fugace il sollievo che ne trae! Dalla pace campestre, stanco anche di quiete,  spinto e risospinto tra la folla e nella citt tumultuosa che abborre. Che gli vale mai sospirare pace ad ogni ora se il suo stato  eterna guerra? Che gli giova il desio di abbandonarsi, ignaro di tutto, scordando in grembo alla natura le sue reali o imaginate miserie, se il pensiero, che mai non posa,  sempre con lui a rivelargli il suo stato, la sua infermit?
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"Tu sei tormentato da una funesta pestilenza, che i moderni chiamano acedia e gli antichi chiamavano malinconia," gli dice Sant'Agostino nel Secretum. "Lo confesso" risponde il Petrarca, "invaso da tale mestizia vedo tutta la vita in nero, vedo tutto aspro e orrendo; mi pare di esser sempre incamminato alla perdizione. Giorni e notti intere sono tormentato da questa peste che fortemente mi rovina e non mi sembra questo, tempo di luce o di vita, ma di notte infernale e di morte acerbissima: ma l'estremo del male si  ch'io dei miei travagli e dolori mi pasco e ne ritraggo una certa volutt e con stento grave me ne separo."
Egli si fastidia di tutto, come di tutto si fastidier lord Byron, natura ben pi irruente e tempestosa e fiera e forte e selvaggia della sua. Oscilla ognora il polo a cui vorrebbe convergere ogni azione, ogni pensiero, o piuttosto non ha centro alcuno, non ha guida,  eternamente spostato; trema il suo spirito, dic'egli, come se stesse su di aereo vertice. La noia l'assale e riempie quel gran vuoto che sente in lui. La noia  un cancro che sempre rode all'interno e sempre lo consuma. Di quell'orribil male Pascal medesimo soffriva; tutti i moderni ne soffrono. I poeti dell'Austria, ed io medesimo ne studiai parecchi nei passati tempi, si videro dalla noia e dalla malinconia dimezzate le forze. Se Chateaubriand "ennuy ds le ventre de ma mre," com'egli dice, si rassegnava ad essere annoiato fino alla tomba, il Leopardi faceva, della noia strumento di continua tortura.
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Il Petrarca viaggiava come viaggiano ad un dipresso i Lords britanni invasi dallo "spleen." Passan per terre, passan per mari e giran l'occhio su mille cose che mutano in apparenza e suscitano poi sempre le medesime impressioni; portano a diporto il loro tormento, aggravandolo, dilatandolo. Dove sono, subito vorrebbero trovarsi altrove. Come di tutto, anche di questo gran male interno, dannoso, contagioso quanto ogni malattia esterna ("Est enim animi aegritudo non minus contagiosa quam corporis") il Petrarca ha coscienza e lo confessa agli amici, e ne chiede commiserazione. "Se mi fosse concesso di trovare sotto il cielo un luogo qualunque, non dir buono, ma non cattivo, o almeno non pessimo, avidamente vorrei sceglierlo a dimora e non me ne rimuoverei pi mai." Ma questo non gli vien fatto. Appena egli posa, gli pare di aver addolorate le membra su duro giaciglio, e or qua or l si volge, simile all'inferma a cui Dante paragona Firenze; muta di luogo, ma non muta di male. Viaggia senza fine ed  annoiato senza fine. "Sperai, cangiando cielo e costumi, di aver mutato fortuna - scrive nella sua prima lettera al Boccaccio - ma fui deluso. Ovunque io vada m' sull'orme, sdegnosa sempre m'insegue e mi previene." A tratti la noia "gravosa e lunga" lo accascia s da gettarlo in cupa e foscoliana disperazione. Si duole d'essersi fatto carnefice di lui medesimo, di non adoperarsi che a darsi tormenti e supplizi, e invoca "la fine di questa sua misera vita." Decisamente egli  malato, insanabile. Raddoppiategli, centuplicategli gli onori, le ricchezze e tutti i favori di fortuna; mettetegli sul capo non una ma cento volte la corona poetica del Campidoglio; fatelo acclamare da tutta Roma moderna e magari anche da Roma antica risorta e dal mondo tutto; concedetegli Laura, che mai non gli si volle concedere, fate che i capei d'oro all'aura sparsi della bella donna di Provenza lo leghino soavemente in dolce laccio d'amore, e primavera eterna, e cielo e terra ridano ed esultino a tanta dolcezza e pienezza d'amore, fate che Laura, fiore avvizzito e divelto anzi tempo, viva lunghi anni a ricrear la vita dell'innamorato poeta, non Dea ma donna, e avrete pur sempre nel Petrarca il fastidio, la noia, l'acedia, avrete il perpetuo lamento ancora.
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Della robusta tempra, della virile energia di Dante non v' traccia nel Petrarca.  di femminea delicatezza,  sensibile in modo estremo, inaudito; par che da natura abbia avuto organi speciali per trasfondere tutto nel suo sentimento individuale. Svogliato, con tutte le velleit del volere impotente, con brame e capricci che crea e distrugge volta a volta, s'impressiona, si scoraggia, si esalta di un nulla.  il pi impressionabile e volubile temperamento artistico di tutto il medio evo.
E quant'egli, quanto l'arte sua perde in gagliardia, in forza e robustezza, l'acquista d'altra parte per la tenerezza somma degli affetti e l'espressione di essi incomparabilmente fina, delicata e squisita. L'anima, reclinata in s, afflitta al minimo urto, tocca da un respiro,  per necessit disposta, avvinta alla malinconia, e s'espande in teneri lamenti. Anche quando vi appare, come dimentico di s, rivolto ai destini della patria, alla grandezza antica che ora non  pi, e prorompe in magnanimo sdegno contro i nemici d'Italia, le truppe mercenarie, prezzolate e vili, e le fiere selvagge che vi s'annidano, devastando le belle contrade, lo vince la tenerezza nata: "Non  questo il terren ch'i' toccai pria?" si chiede. "Non  questo il mio nido | Ove nudrito fui s dolcemente?" Un tremolio di foglie, lo spirar di vento soave, una nota flebile che manda un uccello sulle cime, un fior che s'apre e ride al cielo, tutto lo commuove; le corde del cuore vibrano mosse da mano misteriosa, invisibile.
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Come per tante anime gentili, di delicatissima fibra, e di sensibilit squisita, il Petrarca era accessibile ai diletti della musica, arte vaga che dalla Dea Malinconia ben raramente si scompagna. "Sempre ho provato soavit nei musicali concenti, scrive nelle "Senili,", soavit s grande che pensando talvolta alle controversie dei filosofi intorno alle celesti armonie, mi sentiva inclinato alla sentenza di quelli che non invidiano agli Dei il moto delle sfere, paghi di questa dolcezza che c'inebria l'udito." La ragione ha un bel rispondere al gaudio, che  il Petrarca stesso, nel dialogo "Del canto e della dolcezza della musica" del trattato "De Remediis" e opporre all'ostinata sua passione per la musica le inconvenienze di questa sirena allettatrice: alla fine deve pur darsi per vinta e conchiudere con Platone che la musica appartiene al mantenimento, alla correzione dei costumi e allo Stato della repubblica.
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Rimembrava il Petrarca nell'eremo di Valchiusa, scrivendo a Francesco de' Ss. Apostoli i canti, i suoni, le armonie di corde e di liuti ond'egli prov dolcezza tale da sembrar rapito fuor di lui medesimo; le leggiadre e dolci rime componeva talvolta, aiutandosi col suono e col canto, e il migliore de' suoi liuti volle morendo lasciare ad un maestro ferrarese, affinch se ne servisse, non a rallegrare le vane feste di questo mondo, ma ad intonare le lodi di Dio. Esorta in una delle "Senili" i principi a diffondere il culto della musica, perch di civile efficacia. Dall'armonioso concento degli uccelli tra i rami, dall'assiduo mormorio di limpide acque fuggenti, da ogni virt di canto che le pene dei mortali blandisce, trae diletto. Le melodie che l'angelica voce di una ninfa del Sorga spande per l'aere, nella notte serena, al crepuscolo, all'aurora hanno poter tale da commovere gli Dei, scuotono il fulmine dalla forte destra di Giove (Epist. a Lelio). L'arte divina dei suoni, l'armonia possente, ammaliatrice  entrata nell'anima delle rime del Petrarca; il verso n' tutto penetrato e molle e dolce si svolge e procede come onda melodica di patetica sinfonia, senza il tremore, senza il ruggito della tempesta che dal cuore di Beethoven e di Berlioz si solleva agitando l'onda dei suoni. Non  gi, come altri disse, che la parola presso il Petrarca, prima di scendere al cuore, passasse per l'orecchio. Fra udire e sentire, fra senso ed anima v' in lui piena, pienissima consonanza.
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Dall'influsso che ha il cuore nella poesia del Petrarca, diceva il Leopardi, deriva "la mollezza e quasi untuosit come d'olio soavissimo delle sue canzoni." L'anima musicale tenerissima e sensibilissima, desta ad ogni sensazione di armonia d le prime suggestioni e vibrazioni alle imagini del suono.
Il mondo lirico del Petrarca  musicale per effetto dell'anima sua, come lo era il mondo lirico-epico di Torquato Tasso. Nessuno meglio del Petrarca mostravasi atto ad ingentilire, a raddolcire ogni asprezza nella pi musicale delle umane favelle. E quando, in una canzone sua, esce a dire: "Parlo in rime aspre e di dolcezza ignude" ed in un sonetto: "Non posso e non ho pi s dolce lima, | rime aspre e fosche far soavi chiare" e ancora "il dir s'inaspr che s'uda s dolce" voi non credete a tali lamenti, non vi credeva di certo il Petrarca medesimo, insuperabil maestro di armonia e di ritmo, intollerante di ogni dura parola e di ogni sgradevol suono, instancabile nel limare i propri versi, perch specchiassero con tutta grazia e venust il pensiero e il sentimento, "cos dotto di melodie;" dice, sempre da par suo, Francesco De Sanctis, "che spesso mentre la parola ti d l'imagine, la melodia te ne d il sentimento, quasi testo e musica." E se l'amoroso canto di Casella infonde tale dolcezza in cuore a Dante da sentire le dolci note ancor dentro sonare, rimembrando l'incontro col diletto amico l sulla sponda prima del Purgatorio, il nome solo di Laura risveglia nel Petrarca dolcissime sensazioni: il suo chiaro nome, dice; "sona nel suo cor si dolcemente;" del suo nome, va "empiendo l'aere che s dolce sona:" i sospiri e le parole di Laura vivon s, "ch'ancor gli sonan ne la mente."
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Conforto nel dolore, figlia del dolore, come vuole Alfred de Musset, l'armonia che ogni crudezza stempera e raddolcisce dispone al pianto. "Io riempii il cielo e l'aria dei miei sospiri, scrive il Petrarca nel Secretum, inondai la terra di un diluvio di lacrime." E veramente, e nella vita e nelle rime del mesto e tenero poeta  un lacrimar senza posa. Rinchiuder entro s il dolor suo con stoica rassegnazione senza nulla lasciar trapelare al di fuori non poteva il Petrarca in nessun tempo. La natura benigna, che di tanti beni gli fu prodiga, gli concesse anche quello, inestimabile, di poter piangere, di mitigare co' gemiti ed i sospiri le pene interne. Col pianto alleviava il Cavalcanti il dolor suo: "L'anima mia dolente e paurosa | piange nelli sospir che nel cor trova | sicch bagnati di pianto escon fore." "Soffro molto, esclama Werther una volta, perch ho perso quello ch'era l'unico piacere della mia vita, la santa forza vivificatrice colla quale creava dei mondi intorno a me. Se guardo dalla finestra i colli lontani e il sole mattutino, che rompe la nebbia, e i tranquilli prati, e il dolce fiume che tra le sue erbose rive serpeggia - oh! quanto questa splendida natura mi sta dinanzi cos fredda come un quadretto verniciato... allora mi sono spesso inginocchiato e ho pregato Dio che mi faccia piangere." Il Petrarca non ha bisogno di rivolgere una prece a Dio perch il dolore gli si stemperi col pianto: la lacrima scende da s calda e continua, e leggermente gli solca ambo le gote. Voi non vedete asciutti mai i suoi occhi: la lacrima spunta alla minima commozione dell'anima e s'apre libero varco. Il dolore s'effonde, vanisce col pianto. Il poeta, che ha talvolta delle velleit di un Prometeo, non ha forza nessuna di opporre resistenza all'urto pi leggiero, non erge la fronte ribelle a chi di mali e di miserie cosparge la vita, non sa irrigidire ed impietrire al di dentro, non gli possiamo credere che egli, destatosi una volta dal sogno suo, s'assida freddo "pietra morta in pietra viva."
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Egli assume,  vero, l'ufficio di consolatore nelle afflizioni altrui; esorta alla calma, alla pazienza; dice e ripete che convien far fronte alla sventura e sobbarcarsi al destino con serenit sempre eguale del volto e dell'animo; chiama degnissimo di lode chi della propria sorte si appaga, assai pi sventurato colui che fra le delizie sempre geme e sospira, di chi sa serbarsi tranquillo nella povert e nelle angustie: gli pare che non sia da filosofo il piangere e il rammaricarsi. "Le lacrime, i gemiti, i lamenti non vengono dalla natura, ma dalla debolezza e dalla pusillanimit di coloro che vi si abbandonano." "Nulla, scrive altrove, in questo terreno viaggio  pi comune del lamentarsi, cos nulla  pi vano e pi miserabile..." "Se vuoi durare nel piangere, scrive di s medesimo, piangi, ma solo; o meglio, impara una volta doversi il mortale acconciare alle vicende mortali." Si fa mille rimproveri di lasciarsi accasciare dal dolore come vil donnicciuola, di non aver fortezza d'animo niuna, di essere s fiacco da intronare le orecchie altrui con perpetui lamenti. Vorrebbe imporre fine una buona volta a' suoi gemiti, ma non pu. "Se non mi sfogo col piangere e col parlare, io sento che muoio," confessa al suo Socrate. Allevia adunque le sue angoscie, sfoga lagrimando "il cor condenso", "di dolorosa nebbia." Gli giova il pianto: "io son un di quei che il pianger giova." Vive di lacrime, dice altrove.  nato a piangere. E s'invaghisce delle lacrime sue, come del canto: " dolce il pianto pi ch'altri non crede." "Flebo, | nil miseris dulcius est gemitu." "Cantai: or piango, e non men di dolcezza | del pianger prendo che del canto presi." "Lagrimar sempre  'l mio sommo diletto." Di caldi sospiri nutre le sue rime dolenti. Il pianto  la vita di quell'anima sua malinconica e reclinata,  vita di tutta l'arte sua. "Ars mihi iam gemere est, et castigare gementes." "La cetera mia rivolta  in pianto."
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Il Petrarca vi dir che gli occhi suoi non son gi occhi, ma fonti: che piange tutto 'l d, "e poi la notte, quando | prendon riposo, i miseri mortali" si trova in pianti e raddoppian i mali; che all'imbrunire gli escon "sospir dal petto e de li occhi onde, | da bagnar l'erbe e da crollare i boschi." La sua chiusa ed erma valle  piena de' suoi lamenti. Del suo pianger spesso crescon l'acque del fiume. Il pianto lo strugge, lo muta in fonte, come neve che sotto al sol sparisce. N gli occorrerebbe esclamare: "Occhi piangete; accompagnate il core." Il pianto come il sangue gli scorre entro il cuore e nelle vene e nei polsi. Anche quando egli si crea nella fantasia la pi bella delle illusioni e pare che ridendo ne gioisca, vedete sotto il riso tremolare la lacrima. Piangon l'onde rotte dal vento. Piangono i cipressi che i nembi e le procelle percuotono. Piange il tempo passato il vago augelletto e del suo pianto, come del suo canto, le valli risuonano.
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Il mormorar dei liquidi cristalli  pianto. L'afflitto popolo d'Italia spande lacrime pur esso anelando alla pace. Piange Massinissa, piange Sofonisba, piange Siface, piangon gli eroi tutti del poema sull'Africa, piangon quivi le stelle ancora. Fu forse il Petrarca il primo a celebrare come un'estetica del pianto.
Nel suo scoraggiamento ed abbandono vorrebbe, esclama una volta, che le lacrime sue si spargesser sole. Spargerle sole, s che niun veda come teneramente si accora e si addolora e nessuno raccolga i suoi sospiri, ohim, gran peccato sarebbe. Pianger solo e non esser compatito che da s medesimo e non avere un'anima che assista a questo suo molle struggersi e stemperarsi e non gli dica: Oh poeta quanto  infelice la tua sorte, quanto sei degno di commiserazione; chi non si dorr del dolor tuo, chi non vorr rasciugare quelle lacrime che s dolcemente t'inondano il viso! - difficilmente il Petrarca avrebbe potuto rassegnarsi. Noi vedremo com'egli a conforto suo si figuri nell'imaginazione i testimoni del suo dolore e del suo pianto, vedremo com'egli si illuda che Amore venga a raccogliere le dolenti sue parole estreme e chiuda lagrimando i suoi occhi e pensi che la donna amata, impietosita dei casi suoi merc chieda per lui "e faccia forza al cielo | asciugandosi gli occhi col bel velo."
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Crearsi un martirio perpetuo e piangerlo perpetuamente, quest' la vita del Petrarca. Cerc e trov nella natura una fedele alleata a' propri sentimenti, a' propri affanni, e della natura che am con particolare tenerezza, con passione vera, ignota agli antichi fece una specie di selezione, perch potesse trovare piena rispondenza quel vago ed indeterminato ch'era al fondo dell'anima sua e armonizzasse l'arcano linguaggio della natura con quello che la coscienza del dolor suo gl'ispirava. I Provenzali,  vero, primo fra tutti Bernardo di Ventadorn, che rassomigliava al Petrarca nella sensibilit squisita, nella malinconia dolce e piena di grazia, Gaucelm Faidit, Peire d'Alvernhe, alcuni altri cercavano di trasfondere l'angoscia dell'anima nei fenomeni della natura esteriore, chiamavano compagni della sventura loro il mesto usignuolo che nel silenzio della notte spande gli amorosi lai. Il Petrarca v'aggiunge la sua nota intima ed accorata; ode come un ripercuotersi dei gemiti propri nel soave pianto dell'usignuolo, che per armonia ogni altro cantore avanza, e di dolcezza empie il cielo e le campagne, gli sembra che l'accompagni l'intera notte e gli rammenti la sua dura sorte, e il vago augello che piange i suoi gravosi affanni invita a scender da lui s pien di sconforto, l'invita "a partir seco i dolorosi guai;" il notturno dolce lamento dell'usignuolo gl'ingombra il cuore d'amorosi pensieri.
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Pi ed assai pi dei vaghi augelli che pare spandano per l'aere il pianto e il dolore dell'anima de' malinconici poeti, la luna che nel silenzio della notte splende mesta, immacolata in cielo,  disposta ad accogliere le lacrime, i sospiri, le confidenze degli afflitti e travagliati nell'animo. Con sguardo soave, con tremulo raggio, addolorata, accorata essa medesima e piena di piet guarda al basso, pare non voglia contemplare nessun altro che l'infelice che in lei confida.  come una secreta e misteriosa forza che avvince l'uomo, reclinato sui propri affanni, colla pallida e languida luna. Gli affetti umani pi intimi peregrinaron forse un d nel regno dei cieli ed entrarono nel cuore di quell'amica e confidente dell'umano dolore che  la luna. Quindi la corrispondenza d'affetti tacita, ma piena e incontrastata che l'uomo prova col fidente astro della notte, la calma che par dal cielo discenda a lenire ogni angoscia, a togliere il peso che incombe sul cuore, ad inumidir gli occhi. Per lo squilibrio interiore eccessivo, pei sentimenti concitati, travolti, la luna a taluno dei romantici pot apparire lugubre d'aspetto, minacciosa, messaggera funesta di funesti guai, parve ridere persino con sguaiato riso alle umane miserie e sciagure. Il travagliatissimo e desolatissimo Leopardi pot vederla candida e placida sorger dal mare cui sangue irriga, e l'immutato raggio versare su l'alpe; ma nel Leopardi  pur rara quest'accusa d'indifferenza e di nessuna piet; il Leopardi amava la luna come sua cara, diletta, benigna compagna, l'amava pi degli uomini stessi, e sempre intenerito a lei rivolgevasi. La vedeva solinga e pensosa peregrinare all'alto in eterno, dominare i campi eterei; ancor fanciullo la mirava e rimirava sui colli, gli era fida compagna allorch muto e solitario errava pei boschi e per le verdi rive, o sovra l'erba sedeva, l'interrogava sul perch delle misteriose cose umane - sul patire e sospirare e morir nostro, sul frutto del mattin, della sera "del tacito, infinito andar del tempo." Con minore insistenza dei moderni il Petrarca versava nel notturno astro il suo dolore. Non sono s intime, n s accorate le sue confidenze. Ma egli ha pure a' tempi suoi insolito, singolarissimo amore per la luna, gli par ch'essa mesta rifletta la sua propria mestizia, e mentre tutto d'intorno tace e l'anima sola  in intimo colloquio con s medesima, accolga il pianto che la travagliosa vita esala. Prevede le sue notturne angoscie | "Quando 'l sol bagna in mar l'aurato carro, | E l'aere nostro e la mia mente imbruna, | Co 'l cielo e co le stelle e co la luna." L'errar della luna instancabile gli rammenta lo stato suo irrequieto. Con trepidazione tutta romantica osserva il tramonto della luna la notte che precedette a Napoli quella spaventevol burrasca da lui descritta, non si scosta dalla finestra, non bada al sonno finch'egli, poco innanzi la mezzanotte, vede la luna cinta da un nembo, tutta mesta scendere ed occultarsi dietro il monte vicino. Similmente a Valchiusa amava sorger dal letto a notte inoltrata ed errar solo, mentre errava tacita la luna in cielo, "ora ne' campi aperti, ora sul monte, e senza compagno alcuno, con un sentimento misto di diletto e d'orrore entrare nel terribil speco della sorgente." Poich Amore, dice, lo fece "un cittadin de' boschi" (cittadina dei boschi diverr similmente l'Erminia del Tasso), si sfoga quando scendono le ombre notturne. Aspetta, invoca tutto il d, la sera, il "dolce silenzio de la notte," della notte irradiata dal vago lume della luna. Dinanzi all'anima sua, come a quella di Werther, posa un tutto immenso, nebuloso; il sentimento crudo si stempera in sentimentalit, il dolore struggente d luogo ad una tristezza contemplativa, la malinconia cupa  raddolcita.  la malinconia "devout and pure" che Milton invocava nel Penseroso.
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Diceva il Leopardi rimembrando certo canto del Montesquieu: "I migliori momenti dell'amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia, dove tu piangi e non sai di che, e quasi ti rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale. In quel riposo la tua anima meno agitata  quasi piena, e quasi gusta la felicit." Di simili momenti di dolce mestizia, la vita del Petrarca fu allietata incomparabilmente pi che la vita del Leopardi. Fugace  vero era per in lui il sollievo, fugace s da non riconoscerlo egli medesimo e da non trovar modo, n tempo da interrompere l'eterno suo rimpianto. Non v'ha altro piacere che nella fantasia; tutto il resto  dolore. Cerca la solitudine che veramente fu la sua Dea benefica, ma non appena egli ha avuto il primo ristoro, la fugge e confessa che all'uomo malinconico mal si conviene l'esser solo: "moesto animo male committitur solitudo."
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Gli uomini di tempra forte, sopraffatti dal dolore, non lo stemperano in pianti e in sospiri, ma s'inabissano in esso. Lo scoraggiamento profondo, l'abbattimento che non d luogo ad un sollievo, quel rattristarsi come in buia notte, spente le stelle in cielo, morta la luna, vi toccano, vi scuotono l'anima ben pi che non facciano gli eterni lai del Petrarca. Veste il Petrarca ogni cosa a lutto, ma lo fa con tal leggiadria da generare in noi non gi un sentimento di cordoglio e di amarezza, ma quasi un compiacimento interno. Quelle sconsolate canzoni in veste negra ch'egli manda pel mondo fra non allegra gente vi scendono con ineffabile dolcezza al cuore e vi accarezzano mollemente il vostro dolore. Quando Dante  afflitto vi sentite come presi da dolorosa stretta e reclinate il capo e perdurate mesti e pensosi; un tocco solo di quella grande ed eroica anima di poeta, un tocco breve, possente, scuote, agita in noi tutto un mondo d'idee e di sentimenti, e vi comunica, non gi coll'intensit sua, ch sarebbe follia solo il supporlo, vi comunica il dolor suo, la malinconia dell'animo virile. Quella squilla che s'ode da lontano, simile al pianto del giorno che si muore, e punge il novo peregrin d'amore, risuona mesta entro di voi, fluttuano concitate, arcane sensazioni, vi si affaccia il passato con malinconia stringente e ripetete voi pure con Dante, taciti e sommessi, l'addio ai dolci amici, ad ogni cosa pi cara. I mesti rintocchi lungo tempo echeggiano, n si perdon per l'aere come si perde il canto dell'usignuol "che s soave piagne." Dante vi d come la sintesi del dolore, il Petrarca analizza il dolore evaporandolo a grado a grado. Dei versi di Dante che incidono a tratti indelebili si sovverr il Petrarca spessissime volte e li ripeter trasfondendovi l'anima propria, allargandoli, stemperandoli nel suo tenero, delicato sentimento. Quando Dante getta uno dei suoi sguardi d'aquila entro il cuore umano, egli vede tutto al fondo, mette a nudo ogni piega e vi fa poi, quasi vivesse in un istante di miracolosa concentrazione, tutta la vita affettiva di quel cuore che sviscera, vi fa in pochi tratti la storia intima d'ogni sentimento, vi rivela l'infinito dolore di Francesca, la tragedia di Pia, lunga, misteriosa tragedia, che un verso solo: "Siena mi fe', disfecemi Maremma," compendia. Nei pi riposti nascondigli dell'animo umano vedeva anche luminosamente il Petrarca, ma, giunto al fondo, non certo con la vertiginosa rapidit di Dante, egli ne ritrae come spaurito lo sguardo e lo ritorce altrove. Egli non pu dare che a frammenti quella storia dell'anima che Dante ci dava completa, d'un sol getto, e ancora il Petrarca non poteva darci che la storia dell'anima propria.
La poesia malinconica e sentimentale, dice ancora il Leopardi in quel meravigliosissimo zibaldone de' suoi pensieri (I, 243), " un respiro dell'anima. L'oppressione del cuore, o venga da qualunque passione, o dallo scoraggiamento della vita e dal sentimento profondo della nullit delle cose, chiudendolo affatto, non lascia luogo a questo respiro." Il Petrarca con facilit somma apriva ogni valvola del suo cuore e non aveva soffocato mai il respiro. Egli non finir mai,  vero, di rammaricarsi del cumulo delle sue sofferenze, vi dir quasi con biblico accento non esservi dolore che eguagli il suo, che  una pena eterna la sua: "lo star mi strugge, e il fuggir non m'aita," vi dir che martirio simil al suo "gi mai n sol vide n stella," vi si paleser grave d'affanni, spento ogni atto di allegrezza, misurando a passi tardi e lenti,  "solo e pensoso i pi deserti campi," e avrete di lui commiserazione grandissima, ma direte pur sempre: Tenero e malinconico poeta, pi del comune dei mortali t' concesso lenire le angoscie e gli affanni; in tanto sconforto non t' negato mai il conforto ineffabile delle illusioni: nel tuo fantastico imaginar l'alma respira; ti struggi, grondi sangue, ma ad altro sangue subito attingi, e di volta in volta ti rinnovelli; rapidamente misuri cogli occhi l'ampiezza e la profondit dei danni tuoi, non mai per naufragare nell'infinito dolore; la Dea Fortuna, che accusi e imprechi, rimane pur sempre, di te impietosita, al tuo lato, immemore delle offese e delle ingiurie, e ti sorregge ognora.
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Vediamo ora di qual natura fosse questo mondo tutto illusorio ed ideale del Petrarca, dove ad intervalli viveva, fabbricandosi con la mobilissima ed attendibilissima imaginazione i suoi dolci ed ameni inganni, dove tesseva la pi intima storia d'amore e trovava il conforto massimo ai suoi travagli. Quel dono di poter fare astrazione perfetta del reale, ricreandosi del proprio errore, dono ben di rado concesso ai moderni, l'ebbe il Petrarca fino all'ultimo soffio di vita. Sapeva di possederlo e non ne occultava il suo compiacimento. Quando la noia ed il fastidio mi assalgono, scrive egli nelle Senili, "ricorro al mezzo abituale di confortarmi, cio di finger presenti a me gli amici pi cari e conversare con loro, distogliendo il pensiero da quelli che mi sono vicini." Come fingeva presenti gli amici lontani, cos egli finge, infondendo vita al popolo alato dei sogni, ogni sua pi diletta cosa con arte s raffinata, da stupire noi al vederlo cos dolcemente e fantasticamente illuso e pago della sua illusione, da stupirne egli medesimo. Nelle visioni ed illusioni amorose altrui trova esca ai sogni propri d'amore: infiammavasi alla lettura della Historia calamitatum di Abelardo ed Eloisa, che, malgrado ogni acume di critica, ci appare pur sempre avvolta nel mistero. Avere sempre qualcheduno al lato e sempre in novelle sembianze di confidente che gli dica: Grand'uomo, tu sei veramente infelice ed io ho grandissima piet della tua sventura, non poteva il poeta, ben s'intende, e si sarebbe anche di ci a lungo andare infastidito. Meglio lo soccorrevano, come artista dell'anima, i propri fantasmi. E conversando con essi, loquace com'era, effondeva il dolor suo:  "Cerco parlando d'allentar mia pena." E non v'era disgusto cos amaro che non si raddolcisse, non v'era nodo al cuore che non si sgroppasse, non sconsolata passione che non si confortasse. Questo perpetuo rinnovellare nell'imaginazione le visioni del passato, rifare con insistenza il lungo martirio d'amore e far rivivere l'amata donna in luoghi di affannose rimembranze per ripiombarla nella morte, e poi tornare a farla risorgere sarebbe stato per altri insopportabil carneficina. Il Petrarca ci era cos avvezzo che amarissimamente avrebbe sofferto se gli avesser tolto questo ch'era per lui il maggiore svago, rimedio anzi infallibile a' suoi mali, e soffocava entro s quella voce che a tratti gli gridava: A qual follia ti dai tu mai in preda? Ma apri gli occhi e convinciti che nulla afferri e vaneggi ognora. - La vita  grave, intollerabil pondo per questo poeta s tenero, s delicato, se non l'avessero alleggerita le carezze, le lusinghe, il plauso, l'amore, il compatimento degli uomini, della natura animata, il compatimento di lui medesimo. Quando  solo, si contempla sovente ed ha piet di s stesso e gli s'inumidiscon le ciglia. M'assale nel pensier, dice "una piet s forte di me stesso | che mi conduce spesso | ad altro lagrimar, ch'i' non solea." E comincia a filare l'un dopo l'altro, nell'accesa imaginazione i suoi sogni leggiadri, e nel mite inferno dell'anima, nello squallore reale, getta come pu e balzando "di pensiero in pensiero" il paradiso ideale.
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Cos egli, non senza lievi reminiscenze dei vati di Provenza, del dolce stil nuovo, di Cino e di Dante, or dolce e benigna, or disdegnosa, egli rievoca l'imagine della donna sua, la ritrova in tutti gli spettacoli che natura gli offre ad ogni rinverdir di primavera, e viva la vede, raggiante di bellezza "ne l'acqua chiara e sopra l'erba verde," "nel troncon d'un faggio, | E 'n bianca nube," ("truncusque repostae | Ilicis; et liquido visa est emergere fonte: | obviaque effulsit sub nubibus, aut per inane | aris, aut duro spirans erumpere saxo | credita, suspensum tenuit formidine gressum"); pur la ritrova l "ove porge ombra un pino alto od un colle;" "nel primo sasso" disegna con la mente il bel viso di Laura, ma quando il disegno  compiuto, Laura dilegua, vanisce la visione ed un "ahi lasso" esce gemendo dal cuore del disilluso poeta. Laura a nessuna preghiera ed esortazione poteva arrendersi, sdegnava sortire dal suo riserbo, lasciava pieno di scorno chi per lei si struggeva; il Petrarca, con magia prontissima ed a lui facilissima, ne' sogni suoi commover la bella e altera donna, far ch'ella dall'alto suo seggio, ove impera, scenda umile a confortare il misero ed accolga benigna ed indulgente le sue confessioni ed espansioni, mostri anzi di favorirlo e l'accarezzi e l'ami. Sapr il poeta allora ch'ella desidera trovarsi con lui in colloquio tutt'intimo, ch'ella deplora il suo indugio, "il suo tardar le dole," la vedr chinare a terra "il bel guardo gentile," gli parr ch'ella dica sommessamente: "Chi m'allontana il mio fedele amico!" E sar quella visione sua cos dolce e soave che "fora uno sdegno," al lato ad essa "ogni angelica vista, ogni atto umile, | che gi mai in donna, ov'amor fosse, apparve." Senz'altro si sceglie un giorno lieto, oh! quanto lieto e felice, in cui egli e Laura si troveranno insieme, uniti in dolce laccio d'amor, giunger allora opportuno un saggio amante antico a partire fra' due novelli amanti due rose fresche e sospirando quella sorte ad altri toccata e non a lui, esclamer: "Non vede un simil par d'amanti il sole."
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Ad alcuni critici potr ancor sembrare che il poeta ottenesse favori reali dalla donna amata e Laura si mostrasse davvero in tutti quegli atti pietosi e sdegnosi che il poeta descrive nelle sue rime, col cuore aperto dagli strali d'amore.  conoscere superficialmente la natura dello spirito e dell'accendibil fantasia del Petrarca. Il quale nel Secreto suo apertamente confessava aver Laura sdegnato sempre, trascurato l'amor suo infelice, e nella Canzone alla Vergine, rimembrando quella che "vivendo in pianto tenne il suo cuore," soggiunge, e nessuno vorr dubitare della sincerit sua: "E di mille miei mali un non sapea." In quel suo santuario, dove s spesso cercava rifugio, vivendo una vita tutta intessuta di dolci errori ed illusioni, poteva innocentemente supporre che Laura. sempre pi bella, men fera, mansueta alfine, tutti i suoi mali sapesse, poteva vederla sovente tornare a lui "con l'usato affetto, | e di doppia pietate ornata il ciglio," poteva fingere a beneplacito una sollecita ed amorosa partecipazione alle torture che amor gl'infliggeva e trovar prontissima risposta alla domanda ch'ei muove alla donna sua nel Trionfo della Morte: "Creovvi Amor pensier mai ne la testa | d'aver piet del mio lungo martire?" E di un dolce riso lampeggiando e traendo un sospiro la donna trasfigurata ben lo rassicura: "...mai diviso | da te non fu 'l mio cor, n gi mai fia." Perch allora cotanta rigidezza? E Laura: "temprai la tua fiamma col mio viso; | perch a salvar te e me null'altra via | era" e giunge a dire che pur nel cuor suo pugn l'acerba lotta fra la ragione e la voglia, lotta eterna nel cuor del Petrarca; e ancora: "Fur quasi eguali in noi fiamme amorose," e tante altre soavissime cose soggiunge "da restare il sole," ed al poeta trasecolato troppo doveva sicuramente tardare di seguirla in cielo e nuova ferita avr avuto da quella predizione, con cui termina l'intimo amoroso colloquio: "Tu starai 'n terra senza me gran tempo."
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Dell'imagine, poich non gli era concesso il vero, assai diceva di appagarsi l'infelice Leopardi. Nell'imagine  riposto tutto il conforto del Petrarca. E la fantasia sua lotter coll'aspro vero perch non sgombri s tosto il "dolce error." Pi dell'amore medesimo e dei favori che avrebbe concesso l'idolo del suo cuore, e questo  in lui singolarissimo e spiega la natura sua ostinatamente malinconica, lo toccava la piet, la commiserazione per quel suo soffrir senza pace. Sospirare de' suoi sospiri, piangere del suo pianto e saper che si dica: Oh misero, oh degno di miglior sorte..., pu l'uomo sognare pi ineffabil dolcezza? Il Petrarca udr la donna sua "ch'ancor viva | di s lontano a' sospir miei risponde," vedr Laura in forma di ninfa, gire tra fiori come donna viva e mostrare in vista che di lui "le 'ncresca." Si figurer l'amata donna dolersi per la sua assenza, e sospirando:  "Che fai tu lasso?" dir a s medesimo: "forse in quella parte | or di tua lontananza si sospira." E il peso che gl'incombe sul petto d'un tratto gli  tolto, gli par di rinascere: "Ed in questo penser l'alma respira." Di tali fantasie ed imaginati conforti si pasceva il poeta e voluttuosamente assaporava il suo sogno pi che altri assaporasse il piacer reale. Riconosciuto omai non esservi piacer vero che nel mondo delle visioni e dei sogni, la fantasia, pieghevole, condiscendevole a tutti i capricci del poeta, lavora instancabile per crearsi leggiadre e dolci le sue larve, lavora con meravigliosa prontezza e con stupefacente variet di combinazione.  un anticipato Carlo V, impaziente di sapere di qual pianto si onori il suo sepolcro. Il Petrarca darebbe la vita per morir lacrimato. E si figura, non gi come il freneticante imperatore, il funebre e pomposo corteo con la lunghissima fila di frati e di fiaccole, ma un idillio sepolcrale tra le chiare fresche e dolci acque della valle amica, in mezzo alla bella natura che piange, che ascolta con piet infinita le dolenti sue parole estreme, si figura Amore chiudere lagrimando i suoi occhi. E, spento, con tanta leggiadria e tanta carit anche d'ogni inanimata cosa, verr tempo in cui a quella benedetta e cara zolla che lo copre si avviciner la donna amata e cercher di lui, e vedendol terra gi fra le pietre, di piet avr raddolcito il cuore, trarr un sospiro, impetrer dolcemente mercede per lui, facendo "forza al cielo | asciugandosi gli occhi co 'l bel velo." " ci che pi soavemente malinconico  stato imaginato nel medio evo" dice l'impareggiabile De Sanctis. "Messosi vivo nella fossa per darsi il piacere di contemplare Laura, pietosa e lacrimante per lui, la vista della bella supplichevole nell'attitudine pittorica d'asciugarsi le lacrime col bel velo, pu tanto sul rapito amante, che dimentica esser morto e sepolto, gitta via ogni pensiero funebre."
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Quest'uomo frale, che chiama infinite volte vana la vita e spregevole ogni mondano allettamento, rivel come nessun poeta od artista mai una brama immensa, inestinguibile di compatimento. Mostra talvolta abborrire gli uomini, e morrebbe davvero se, per sua estrema sciagura, dovesse rinunciare alla loro piet. "Taglia, ferisci, brucia sul vivo, non blandirmi con carezze e con lusinghe," scrive a Giovanni Aretino, schermendosi dei prodigati encomi, ma guai a lui se gli amici davvero lo ferissero, lo pungessero e non lo accarezzassero. Si assicura esser suo fermo proponimento sprezzare ad un modo speranze e paure, allegrezze e dolori, voler sempre bandite dall'animo quelle lamentazioni che la ragione condanna. Ma nessuno stenter a riconoscere lui medesimo tra quegl'infermi incurabili dei quali dice nelle Senili: "Vi son dei malati a cui tien luogo, quasi di farmaco, il molto compiangersi del proprio stato, sembrando loro che co' lamenti il male si disacerbi: vi son taluni che, stanchi e spossati, non sanno trovar riposo se non sospirano e non si lagnano, e del brontolare e delle querimonie s'appagano come di soffice letto e di molli piume." Piet che lui medesimo infonde nel cuor di Laura  il suo maggior ristoro in vita.
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E Laura tolta alla terra, beata e raggiante di gloria celeste, ma ignara, direbbesi, d'ogni gaudio divino, non d'altro ha cura che di consolare il poeta e di ascoltarne impietosita gli eterni lai. Di condiscendenza s grande, di attaccamento cos sconfinato si meraviglia il povero sognatore medesimo: "E come intentamente ascolta e nota | la lunga istoria, de le pene mie!" esclama, com'essa "poi che 'l d chiaro par che la percota," si torna in cielo, "umida li occhi e l'una e l'altra gota!" Ma Laura non solo ascolta e si commuove, dimentica del cielo, siede vicina all'afflitto amante, consola le sue notti dolenti, affissa gli occhi suoi in quelli del poeta, che grondan lacrime, ed accarezza quel viso cos indicibilmente malinconico, e: Non consumarti pi, dice con piet. Tu versi un doloroso fiume dagli occhi tristi. Ma di me, omai beata, perch piangi tu? Ed eccola ancora sollecita accorrere al letto in cui il poeta languisce, e pietosa assidersi in su la sponda. Oh chi non invidierebbe quel languore cos dolcemente e teneramente confortato! "Non pianger pi, tu sei gi tutto sfatto," dicevan le donne a Dante in una canzone ben nota. Al Petrarca Laura dir similmente: "Non pianger pi; non m'hai tu pianto assai?" E Laura asciuga ella medesima gli occhi molli di pianto, "con quella man," dice il poeta rapito, "che tanto desiai;" e parla s che il suo dir gli apporta "dolcezza ch'uom mortal non sent mai", "eterna dolcezza",  detto nei Trionfi. Questo raffinatissimo conforto ideale, questa candida, intimissima scena di piet e d'amore, che illumina d'un tratto di un fascio di viva luce il dramma fantastico degli affetti del tenero poeta, questo aprire libero varco alle lacrime, precisamente perch l'impietosita donna, piangendo certo, ella medesima, dice, dolcemente e mollemente chinandosi, di non pianger pi, e terge con quella tanto desiata mano, le lacrime che scendon sul viso addolorato, mostrano ben al fondo l'anima idillica, sentimentale del Petrarca, cullata dopo un rovescio non mai mortale delle procelle d'amore, in grembo della dolcissima Dea Malinconia. Finch dura il sogno ameno, il poeta inganna, illude la vita. Un leggier soffio far tutto precipitare questo mondo s tenero e s fragile, ma beato ancor lui fra mille che sempre ha forza di rinnovellare i fantasmi e l'error suo, anche dopo il disinganno amaro, e l'ombre sa abbracciare quasi fossero corpi veri.
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Altri amanti hanno pi di lui destra fortuna, ben lo dice, ma che  mai la fortuna loro rimpetto alla sua angoscia a s gran dolcezza avvinta? "Mille piacer non vaglion un tormento." Michelangelo, travagliato da ben altre lotte ed aspre e violenti del Petrarca far suo questo verso cos semplice e cos vero. Il poeta medesimo, che s ria e funesta chiam la propria sorte e fe' della vita un perpetuo lamento, ha pur coscienza degli ineffabili diletti che la visione gli procura e benedice "il loco e 'l tempo e l'ora | che s alto miraron gli occhi" suoi, chiama dolce il nodo "ond'amor di sua man m'avvinse in modo | che l'amar mi fe' dolce e 'l pianger gioco," dolce pure il suo fatal destino, dolce il pianto, dolci i sospiri, dolce la morte. Se Laura da lui trasfigurata avesse virt di apparirgli sempre e non solo fugacemente, ben egli potrebbe rinunciare al Paradiso: "E se non fosse il suo fuggir s ratto | pi non dimanderei." Il Paradiso per piacergli dovrebbe spogliarsi d'ogni gaudio concesso dalla beatitudine divina e appagare le voglie terrene a cui tende il suo spirito. A queste fugacissime apparenze del vero, che l'imaginazione si crea, egli si  venuto avvezzando come al dolor suo. Vera anima sensitiva, il dolore ha incomparabilmente pi potere su di lui del piacere. A stilla a stilla e voluttuosamente pregusta il dolor suo. "A tal punto giungesti, tale rimprovero muove a s stesso nel Secretum, che ormai di sospiri e di lacrime ti pasci con funesta volutt. Rassomigli all'omerico Bellerofonte che si va divorando il proprio cuore." Se lo divora, ma senza strazio, con dolcezza e tenerezza. Dice sembrargli il colmo delle miserie quel suo perpetuo pascersi di travagli e di dolori, ma subito subito soggiunge ch'egli ritrae, dolendosi, una certa volutt "dolendi voluptas quaedam."
Potreste giurare che infelice com'egli , o si crede essere, ammalato insanabilmente allo spirito, egli non darebbe il suo stato per quello altrui. Cino ch'era un po' sentimentale come lui aveva detto: "Molto mi spiace allegrezza e sollazzo, | e sol malinconia m'aggrada forte." Al Petrarca  cara sovrammodo quella sua abituale mestizia, che pare debba comunicarsi alla natura, agli uomini che lo circondano e lo accarezzino e lo compiangano e sommessamente gli dicano: Come sei sventurato! Se all'esteriore, andando gli anni, avesse conservato l'aspetto florido di uomo sanissimo, se ne sarebbe afflitto. E fu fortuna che il travaglio interno, la sua malinconia trapelassero al di fuori, lasciassero un'impronta sul viso, gli dessero quell'aria di patito e di affranto che molte belle del debol sesso affettano talvolta, bench godano di una salute di bue, per toccare il cuore con maggiore efficacia. " interamente mutato il mio aspetto, scrive il Petrarca in tarda et al Boccaccio, l'antica freschezza giovanile  scomparsa; sugli occhi cos vivaci un tempo e lucenti, s' stesa ormai una nube di malinconia, triste per gli altri a me cara."
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La poesia, l'arte riproducono necessariamente la vita dello spirito e le sue particolari tendenze ed aspirazioni. Se il dolore infinito non pu capire nel tenero cuore del Petrarca come lo potrebbe specchiare l'arte, l'arte che tutto infiora e ingentilisce? Se in rime dolenti io verso il mondo di affetti che in me si agita, pensava il Petrarca, voglio farlo con studio e leggiadria, senza trascender mai la misura. Se io piango e desidero commuovere ed intenerire, voglio pianger bene, dignitosamente, senza scompormi mai. L'essenziale  che tutto sia bello, che tutto appaia estetico, direbbe un moderno; d'estetica non si pispigliava ancora a' tempi del Petrarca. Non vedrete adunque mai il sommo artista lirico del medio evo abbandonarsi inconsideratamente agli sfoghi dell'animo proprio, come far poi nel secolo che tramont Lord Byron passando di tempesta in tempesta. Ben dovr rivelare il verso il fluttuar delle passioni, de' sentimenti, incessante in lui, ma lo far con accenti flebili e con tutta grazia, s che ogni dissidio e distacco da uno all'altro affetto non abbia l'aspetto di violenza alcuna e appaia tutto armonia, quant' in realt disarmonia e discordia. Occorrer palesare ogni piaga del cuore, ma queste piaghe, medicate da s delicata mano, nessuno le paventerebbe, se ognuno potesse medicarle come sapeva il Petrarca.  "Per qual miracolo, si chiede il De Sanctis, la parola, mentre esprime il dolore, ti rivela tanta grazia? Mentre esprime contento, ti rivela tanta malinconia?" Il genial critico sapeva meglio di tutti che questo non era miracolo, ma effetto naturalissimo dell'indole del poeta e della finissima arte sua. Quest'arte, se da un lato vi rammenta la sobriet e la misura dell'arte antica, cos indicibilmente serena anche quando vuol esprimere il tumulto e lo strazio, dall'altro vi ricorda l'arte italiana del Rinascimento, generata in parte dall'antica, essa pure serena anche in mezzo al ruggito, al fremito della passione, non mai scomposta, n stridente di contrasti quando esprime il dramma concitato, la tragedia dell'anima. L'artista supremo della parola precorre all'artista supremo nella pittura, precorre a Raffaello, a cui le grazie benigne e carezzevoli largirono ogni dono.
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Vedete scoppiato realmente l'Incendio di Borgo, ma non potreste credere che quelle fiamme consumino e radano al suolo edifici s splendidi e faccian cenere d'ogni bene pi caro; la sollecitudine di coloro che tanta sciagura sorprese non rivela nessuno scompiglio, nessun serio sgomento. Muoiono s bene, con grazia s affettuosa e molle i bambini nella Strage degl'Innocenti, che voi non v'impensierite punto del dolore delle madri, e non v'imaginate che fieramente s'oppongano ai truci tiranni d'Erode. Al vederli e madri e bimbi che il destino crudele disgiunger in eterno, vien voglia di ripetere il verso del Petrarca: "Morte bella parea nel suo bel viso."
Il dolore rappresentato dal Petrarca  colto nell'atto suo pi mite e pi pacato, si trasfonde nel verso temperato gi da quella malinconia soave ch' al fondo ed alla superficie d'ogni sentimento del poeta, accompagnato, direi, da un ritmo interiore spontaneo e naturale. Vuol dire che Jaufr Rudel mor lungi in terra lontana e il verso dei Trionfi cos si piega al mesto accoramento: "us la vela e 'l remo | a cercar la sua morte." Laura rammenta la sua fine prematura all'amante che per lei sofferse tanto travaglio, e dice: "Io son colei che ti di tanta guerra, | e compi mia giornata innanzi sera."
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Ogni amarezza scompare. Il cuore non vi si stringe con crudel morso, non vi sentite angosciati, oppressi da un: " finita ormai" o da un qualunque grido che uno di noi modernissimi potrebbe lanciare in s luttuosa circostanza. Non v' dolore per il Petrarca che non lasci all'anima il suo respiro. La parola musicale, dal dolore generata, si presenta da s, spinta da legger' onda che dal cuore trae sua prima origine. Ridono in cielo le grazie quando il poeta nelle dorate forme de' versi trasfonde il sentimento suo intimo, velato di mestizia e come a Dante le Muse premettero nella mano scarna e forte, non tremante mai, il compasso col quale arditamente e con armonia sovrana e divina architett il poema dei tre regni oltremondani, al Petrarca concessero quello stromento che pi si confaceva al suo spirito non eroico e non virile, ma sensibilissimo e tenerissimo; pur con divin senso di armonia il Petrarca misur quei suoi brevi e leggiadri componimenti, i piccoli quadri dell'anima sua, qua destinando viva luce, l frammettendo ombre e penombre, sorreggendo l'imagine con opportuni contrapposti, s che niuna cosa sia manchevole e niuna ecceda la giusta misura, e tutto appaia di incantevole finezza e compostezza e simmetria e leggiadria. E se alcune volte la face dell'ispirazione non arse in lui s viva, e rim a freddo, di nel sottile, nel lambiccato ed artificioso, facendosi in certo qual modo precursore degli affettati poeti di et posteriori, dei secentisti in ispecie, non per questo, non per le tante fralezze dell'arte corrispondenti alle mille fralezze dell'uomo, il Petrarca cesser di imporsi a' posteri come il pi delicato e fino e luminoso pittore del cuore umano nel procelloso e tenebroso medio evo.
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Per quella sua invidiabile facolt di temprare in dolce malinconia il dolor crudo, l'arte sua che mai non si sprofonda e si abbuia negli abissi delle umane passioni commuove ed intenerisce senza scuoterci,  come cullata da una perpetua, dolcissima melodia che scende al cuore e vi desta mille sensazioni arcane che sopivano in voi. Troppo bene si comprende come il dolce e tenero Petrarca e non Dante l'austero, sublime ed incompreso poeta formasse la delizia de' poeti e degli artisti nei secoli in cui la fibra dell'uomo era come snervata di fronte all'antica e fuor di misura crescesse attorno al capo del fortunatissimo Petrarca quell'aureola di gloria che sul capo di Dante pareva destinata a sempre rimpiccolire. La malinconia del Petrarca vi ricorda le dolci e meste note belliniane;  la malinconia di Schubert, non quella di Beethoven e di Schumann che apre infinito spazio al dolore nell'animo. Quanta compostezza ancora in quelle grida, in quei gemiti che il Petrarca spande ad ogni vento, facendo tutti partecipi della sciagura sua, e come si ripercuoton soavi quegli ohim ripetuti a cui s'affidano i singulti dell'anima: "Oim il bel viso, oim il soave sguardo, | oim il leggiadro portamento altero!" "Oim il parlar" "oim terra  fatto il suo bel viso, | che solea far del cielo | e del ben di lass fede fra noi." Il dolor grande  muto; la desolazione vera lascia squallido il cuore, l'uomo che acerbamente soffre e si strugge  in s raccolto e non si espande. Altri poeti al buttar gi quelle parole cos pregne di sconforto che a volte sfuggono al Petrarca, al lanciar l'infinito nel finito, al dirvi che "ai pi soavi accenti che mai s'udiro"  imposto omai il "silenzio eterno," l'esser l'adorato oggetto "poca polvere che nulla sente" e discolorato dalla morte il pi bel volto, spente le luci per sempre, all'erompere in un: "mai pi qui non mi vedrai" "lascia omai ogni speranza" si scavano entro l'animo un abisso, e' pare che il loro, che il nostro mondo di affetti precipiti d'un tratto, che uno spaventevol vuoto ne involga, un deserto immenso. L'inferno del Petrarca non vi sbigottisce, non vi cagiona un brivido. Voi ben sapete che ne uscir cos presto, che le sue pene non s'acuiscono mai, che quest'anima sconsolata ha s presso di s il conforto pi dolce.
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Minaccioso e terribile si ergeva nell'imaginazione del medio evo lo spettro della morte. Tutta quell'et remota vi si rivela e nell'arte e in ogni manifestazione della vita come di duolo e di lutto vestita. Entro l'oscura e tetra caligine della morte ogni luce veniva spegnendosi. Da un pensier di morte  pure attraversata l'opera tutta del Petrarca;  nel Petrarca qua e l un ritorno alla tradizione che faceva il trapasso estremo e pauroso e triste e crudo. La morte, che tutto scompone, che pareggia le umane sorti, che "le disuguaglianze nostre adegua"  chiamata a volte dal Petrarca dura, inesorabile, spietata; fura essa "prima i miglior e lascia star i rei"  talora crudele, e, compiendo l'estremo di sua possa, impoverisce il regno d'amore, distrugge il pi bel corpo. Ma nel pi dei casi il poeta delle grazie toglie alla morte ogni suo terrore, lo spettro difforme, lugubre e sgomentoso si trasmuta, assume ora come per incanto, leggiadro, amabile aspetto. Gi il Cavalcanti e Cino e Dante avevan raggentilita la morte. "Poi che tu se' ne la mia donna stata" dice Dante: "Morte, assai dolce ti tegno: | tu dei omai esser cosa gentile." La morte per il Petrarca " fin d'una pregion oscura," non abbuia, ma rasserena, non tronca pi, non uccide, non spegne, ma scioglie, trasforma e trasfigura.  un "dilettoso male."  pace eterna ai buoni. Al carcere nostro di quaggi frange le porte. Senza la morte la vita  perenne supplizio: "Te sine supplitium vita est, carcerque perennis." Due cose belle ha il mondo: "Amore e morte" dir il Leopardi, e il Petrarca trover pur bella, gentile, desiderabile la morte, avvinta sempre in dolce laccio all'amore. Nel bel viso di Laura "morte bella parea" alla morte stessa si comunica il fascino di Laura, e il dolce viso dell'amata donna "dolce po' far morte." S dolce e bella  la morte che il poeta l'imagina per suo conto onde voluttuosamente pregustarla e le "dolenti sue parole estreme" hanno suono cos ineffabile, con grazia cos sovrana Amore impietosito chiude a lui lagrimando gli occhi, che noi tutti dobbiamo invidiare questo passaggio a vita migliore e non dubitiamo punto ch'egli "Non poria mai 'n pi riposato porto | n in pi tranquilla fossa | fuggir la carne travagliata e l'ossa." | Cos il Petrarca veniva vagheggiando il fantasma della morte, pauroso ad altri, a lui caro, cos egli poteva invocare il termine estremo che avrebbe messo fine al soffrir suo, al navigar "per quell'orribil onde" e soddisfatto quella sua brama ardente e continua di pace, cos egli ne' sogni suoi assaporava un "dolce di morir desio" e chiamava liberatrice dal duro esilio la morte: "Dunque vien morte; il tuo venir m' caro." Similmente prima di lui Cino invocava la morte: "Deh! vieni a me, ch mi sei s piacente."
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Ed ora, dopo quanto s' osservato sulla particolare natura della malinconia del Petrarca, potremo noi in coscienza noverare il mesto e gentil poeta, il creatore di tante leggiadre illusioni e di amorosi inganni tra i pessimisti ed i poeti dell'universale dolore, e farne, come ad alcuni  parso dover fare, un precursore del Leopardi? Certo di lai sulle proprie e le altrui miserie e sciagure  ricolma l'opera tutta del Petrarca; tra le dolci ed armoniose voci che inneggiano alla natura ed all'amore risuonano come i mesti rintocchi della campana serale le dolenti note sul dileguare e precipitar di tutto quaggi, sulla vanit e nullit di ogni creata cosa, note ben pi dolenti e tristi e stridenti di quelle che a volte echeggiano nell'"Amorosa visione" ed in parecchie liriche del suo diletto Boccaccio; i fiori che d'ogni parte spuntano nel giardino della poesia del Petrarca sono tutti come chinati sul loro stelo e paion languire olezzanti ancora in piena frescura, mentre terso e ridente su di loro s'inarca il cielo. Ma il Petrarca  un malinconico, non un pessimista.  solo in apparenza disgustato della vita. Tanta morbidezza d'animo e bisogno e capacit di piangere, tanta brama d'esser commiserato, compatito, non comportavano un sentimento durevole dell'irrimediabile infelicit degli umani destini, non comportavano le accuse a fredd'animo e ad animo straziato, lanciate ai mali, alle sciagure onde il mondo  ripieno. Come non ci era nel Petrarca la stoffa dell'anacoreta penitente, malgrado il trincerarsi suo nella solitudine e quelle sue parvenze di vita claustrale, non c'era nemmen per sogno la stoffa di un Prometeo che contro il comun fato insorge. Sulle sue labbra voluttuose muore il riso beffardo dell'uomo che sfida le nere ombre maligne.
Eppure noi lo vediamo amaramente e continuamente deplorare il misero e doglioso fardello della vita. Ancora in florida et egli raccoglie dai classici favoriti, da Virgilio, Orazio, Ovidio, Seneca, da altri quelle sentenze che esprimevano la natura del tempo irrevocabile, il rapido deperire d'ogni cosa umana. Simili sentenze poteva raccogliere dalla Bibbia, da Giobbe, dai Padri della Chiesa, a lui s famigliari; ripete altro non esser la vita che un affrettarsi, un precipitarsi senza posa alla morte. Ribenedisse,  vero, la natura, preannunci nuovi tempi, una scienza, un'umanit nuova, ma non chiuse s bene le porte del medio evo che qualcosa dell'accasciamento de' mistici e degli asceti e di quelle paurose larve che ingombravano la mente degli uomini preoccupati sempre dell'oltretomba, non gli si attaccasse al corpo e all'anima e aggravasse l'infermit sua naturale, massime negli anni cadenti. Gi dicemmo a quali torture lo sottoponesse quella nemica sua ch'egli chiamava acedia. "Non c' uomo al mondo - dic'egli in un'epistola - per quanto felice possa essere e attaccato alla vita, al quale se la pazienza non gli pon freno, la vita stessa non venga talora a schifo e non lo tenti il desiderio della morte." Che l'uomo nascesse al pianto, che ventura sarebbe il non aprire gli occhi mai alla luce di questo misero mondo, quante volte non lo disse il Petrarca!  uscito a lui come ad altri infiniti il grido angoscioso dal cuore: "Oh non fossi mai nato, oh fossi almen gi morto." Gi Cino aveva esclamato "O giorno di tristizia e pien di danno | Ora e punto reo che nato fui." Se chiam "fera" la stella, sotto la quale ei nacque, "fera" la cuna dove nato egli giacque, e pianse il destino congiurato ad impoverirlo, egli pur volle commiserare la sorte degli uomini tutti. Siamo per natura cos travagliati, scrive nelle Senili, che ragion vuole desiderare come un bene la fine dei mali, e se  innegabile che la vita considerata in s stessa ci  cagione di pianto, piangere si dovr non perch quella finisca, ma s perch sia cominciata. Pur nelle Senili rammenta il detto di Euripide che, fatta ragione dei mali ond' piena la nostra vita, dovremmo piangere allor che alcuno nasce e giubilare quando muore. Potr sembrare una accumulazione retorica e artificiosa di foschi attributi sulle miserie nostre infinite quella che, a mente fredda indubbiamente, volle fare in un'epistola a Lombardo della Seta, scritta dai colli Euganei, sempre verdi, sempre lieti e ridenti, l dov'egli si sbizzarrisce chiamando la vita:  "palestra di perigli, teatro d'inganni, labirinto d'errori, palco di giullari, deserto orribile, fangosa palude, pungente prunaio, spinosa valle, precipitosa rupe, tenebrosa spelonca, tana di belve, terreno sterile... fonte di affanni, fiume di lacrime, mar di miserie... prosperit tronfia di vento... pelago procelloso... naufragio orrendo, officina di scelleratezze, sentina di libidini," e ancor peggio; ma eran pur sincere le confidenze col Boccaccio, quand'egli ammonisce non esser altro la vita che un campo di travagli e di lutto, tollerabil solo perch, ben usandola, pu servir di avviamento ad una vita migliore; doversi ritener giusta la sentenza di chi disse: "Ottima cosa il non nascere." Ma il sentenziare era una cosa, un'altra e ben diversa era l'acconciar la vita ai precetti suoi, e noi sappiamo come, spento quel misticismo che ad ora ad ora divampava in lui e gli faceva dipingere nera a carbone la vita che trascina a terra, gli faceva maledire il "mondo misero, instabile, protervo," abborrire quel carcere in cui si vedeva rinchiuso, gli dettava i pi amari pentimenti del Secretum e le pagine pi fosche del De Remediis, dove  tutta l'irrimediabilit de' propri mali, sappiamo com'egli poi migliori succhi di vita libasse da calici meno amari. Pure, a generare in lui il sentimento della fugacit e tristezza di questa sciagurata nostra esistenza, dov contribuire, oltre l'ardor mistico e l'imperiosa, minacciosa voce della fede, quella sensibilit infermiccia, quella vera malattia dello spirito che gi abbiamo osservata in lui.
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Cos reclinato in s medesimo, nell'ore meditabonde, rapide si dileguavano le liete e fragili imagini della fantasia; il fiore colto appena avvizziva; sospirava il poeta, gemeva perch a nulla approdasse il lottare, il soffrire, l'amare: "il tanto affaticar che giova?" Qual traccia pu rimaner di noi se l'inesorabil tempo ogni orma di pie' mortale cancella? "Mia fera ventura | vuol che vivendo e lagrimando impari, | come nulla quaggi diletta e dura." Precipita la vita. Nulla v'ha di pi fragile, di pi instabile di essa. "La vita fugge e non s'arresta un'ora e la morte vien dietro a gran giornate." Nulla dura tranne il dolore e il pianto. La vita  un sogno,  fumo,  ombra, fantasma fugace, ben prima di Shakespeare e di Calderon l'aveva detto e ripetuto il Petrarca. E prima del Petrarca ancora Walther von der Vogelweide mestamente esclamava nell'estremo canto: Sognai io quella vita? La vissi io veramente? Oh! andate mortali in cerca di affanni e di cure: sudate, anelate, travagliatevi, scorrete infaticabili la terra e i mari per ammassare gloria e ricchezze che poi miseramente dovete abbandonare. Sonno  la vita, e quanto in essa ci accade  come un sogno. Solo la morte il sonno fuga, ed al sognare pon fine. E come nelle epistole, pur ne' Trionfi sentenziava: " breve sogno quanto piace al mondo." Quando echeggia il grido: "Tutto al mondo  vanit," cadono d'un tratto i fantasmi leggiadri, come cadono sparsi tutti i poveri e fallaci istrumenti della scienza a' piedi della "Malinconia" del Drer. Quella corona d'alloro "onde forse anzi tempo" orn "le tempie" in Campidoglio, che sar essa mai se non una vana pompa di foglie? "Quorsum, igitur, hic frondium apparutus?" Vana  la virt, la gloria cotanto ambita  un vento, un'ombra: "Un fiato di vento, che or vien quinci ed or vien quindi," diceva Dante essere "il mondan romore." E il Petrarca: "Ma se 'l Latino e 'l Greco | parlan di me dopo la morte,  un vento: | ond'io, perch pavento | adunar sempre quel ch'un'ora sgombre, | vorre' 'l ver abbracciar, lassando l'ombre." E se il Leopardi con ben altra angoscia in cuore del Petrarca chiam "fantasmi" "la gloria e l'onor;" "diletti e beni | mero deso" e la vita tutta inutile miseria, il Petrarca dir pur fallaci il deso e la speranza, ripeter con gravit dantesca il medesimo concetto in una memoranda terzina: "Veramente siam noi polvere ed ombra, | veramente la voglia  cieca e 'ngorda, | veramente fallace  la speranza." E laddove Dante non uso a gemere, a flettere dinanzi il pensiero del variare e tramontare delle vicende in terra, colla fiducia dell'uom forte a cui il presente, non il passato  la vita, con cristiana rassegnazione, in pochi versi del Paradiso (XVI) fugacemente tocca della vanagloria delle umane posse, del disfarsi delle schiatte, del termine delle cittadi, del fluttuar di Fortuna che fa di Fiorenza  "come il volger del ciel della luna | copre e discopre i lidi senza posa," il Petrarca far tutto un poema sul disciogliersi successivo d'ogni cosa in terra, sullo sgretolarsi e rovinare e crollare inesorabile dell'edificio dei sogni e delle grandezze umane. Trionfi e pompe, e signorie e regni, tutto passa. "Ogni cosa mortal tempo interrompe." Il finito nell'infinito si scioglie.
Ma guai a lui e guai all'arte sua se lungamente sapesse perdurare in queste tetre considerazioni, s'egli arrendesse disperato il cuore al fato che impone il vanire e il perire di tutto, se in questo involger di tutto in una rovina, in questo morir continuo non ponesse la vita attiva e continua dell'imaginazione. Talora ha serio sgomento dell'affannosa sua passione d'amore, porta invidia ai morti "a quei che son su l'altra riva," vorrebbe porre colle proprie mani in terra, quelle membra sue "noiose," per "via corta e spedita | trarrebbe a fin questa aspra pena e dura" se nol frenasse "maggior paura", ma basta un raggio di sole per farlo ritornare con trasporto alla vita e fargli ribenedire quanto prima aveva imprecato. Talvolta ancora, piange amaramente l'iniqua sorte che in terra  data agli uomini; si chiede se potrebb'esser vero quanto alcuni dottissimi avevan sospettato; non darsi cura Iddio dei mortali eventi; ripete con Omero nell'Odissea nulla esservi al mondo di pi miserando dell'uomo; trasfonde l'anima sua in quella del cartaginese Magone, eroe poco eroico dell'Africa che muore lamentando l'inanit e la fallacia della speme, della gloria, della vita tutta dell'uomo, vita infelice ancor pi di quella degli animali che almeno ignorano le nostre irrequietudini, il nostro ansioso affrettarci alla morte, le nostre cure insaziabili, i nostri desideri. Alfine niuna cosa ha pi della morte vantaggio: "Mors optima rerum." Anche nel Secretum il Petrarca giunge come il Leopardi ad invidiare agli animali la loro sorte, l'ignoranza dell'essere loro. L'uomo ha mille bisogni, mille affanni, " soggetto a passioni innumerevoli, ondeggia tra la gioia e la mestizia" " avido,  timido, si annoia delle cose che possiede, deplora le perdute, si affanna per le presenti, per le future," "gli altri animali trovano all'aperto i loro alimenti, l'uomo li deve cercare con molta fatica." "A noi soli uomini, dice nel De Remediis, veggo esser rivolte in tormento e fatica la memoria, l'intelletto e le altre divine e utilissime doti che natura ci ha date." Altrove, nelle Senili, scrive esser pi malagevole "contare le miserie umane che i granelli di sabbia sul lido del mare." Sono sfuriate pessimistiche che non lascian solco.
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Ad un vero concepimento del dolore universale, del dolore cosmico, il Petrarca mai non pervenne. Sentite troppo bene che i ripetuti lamenti sull'infelicit del genere umano si riducono in sostanza ad un lamento sull'infelicit sua propria individuale o vera o presunta. Sentite che se egli raddoppiasse anche e centuplicasse gli sdegni contro il mondo e la vita e rendesse ancor pi cupe e nere l'ombre entro le quali amava avvolgersi, egli non pu serbare al fondo quello sconforto ch'era costante, insolubile nel cuore del Leopardi: non pu in coscienza e con salda convinzione affermare col pessimista vero esser la vita un male. Dissemina nell'opere le idee tristi secondo l'amor suo passeggero, ma raggrupparle, ordinarle a filosofico sistema, lui la negazion vera d'ogni filosofia, lui ondeggiante in eterno, artista nel sangue, artista in ogni manifestazione della vita, non poteva in nessun modo. Non solo ne' begli occhi di Laura trovava, com'ei s'esprime, un appoggio alla sua stanca vita, ma reggevasi, bench non saldo mai, a tanti altri provvidi sostegni.
Alla fede, naufragata s presto nel cuore del Leopardi, egli s'aggrappava pur sempre nel suo procelloso tragitto come ad ncora di salvezza. Lass dove con eterne leggi, in loco eccelso volgonsi rifulgendo le stelle, lass, dice,  il nostro destino. (Epist. a Socrate). Degli eterni giri e dell'esser suo frale niun bene o contento diceva ritrarre il Leopardi. Tutto  mistero. "Arcano  tutto fuorch il dolor." All'ultimo inesplicabil fine della vita, ai misteri d'oltretomba, pens talvolta con un brivido il Petrarca: "Quando avrem finito di esistere in questa terra, scrisse egli un tempo, di noi che sar? Oh grande, oh arcana e pur negletta domanda." Ma il dubbio non lo strazia come strazi Pascal. I dubbi suoi scioglieva Iddio, Iddio nei cui editti imperscrutabili l'uomo non legge, Iddio sol fermo e onnipossente in mezzo al cader di tutto, Iddio che misericordioso "dalle frequenti lagrime commosso" porge la mano al misero poeta smarrito nella selva dell'errore e lo solleva e il guida, Iddio che per piet e conforto di lui induce Laura a rifare infinite volte il cammino dal cielo alla terra.
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Non il dolor crudo ed aspro adunque, ma la malinconia dolce baci in volto ancor fanciullo il Petrarca, e benigna Dea peregrin con lui sempre per questa valle di lagrime ch' la vita. Di quella dolce malinconia sospirata da molti, come scioglimento e alleviamento degli interni affanni, il Petrarca  il primo artista moderno e indubbiamente il pi grande artista. Egli ha mostrato come la malattia del genio, cos deplorata dai psichiatri onniscenti, investigatori solerti quanto inesperti dei misteri dell'anima umana, conduca alla salute dell'arte. In tanto fluttuar di sentimenti, in tante lotte e travagli il Petrarca ha avuto come pochi il godimento estetico dell'arte, sempre sollecita a lenire le nostre angoscie, fulgido sole che splende ognora sulle influite umane sciagure.
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FINE.